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Il crollo di Ponte Morandi a Genova: dalla tragedia alla speranza

Il 14 agosto scorso ero con l’amico e collaboratore Gianluca Marconi nel mio ufficio. Sì, era la vigilia di ferragosto ma volevamo fare il punto della situazione su alcuni progetti comuni ed è proprio in quei giorni semi-festivi che di solito si riesce meglio ad analizzare, programmare, delineare progetti per il futuro. Già, il futuro.

Erano passati da pochi minuti le 12.00 e fuori c’era un forte temporale quando il cellulare di Gianluca iniziò ad emettere i tipici suoni dell’arrivo di messaggi … tanti, troppi … cosa diavolo stava succedendo? Gianluca si scusò e mi disse “scusa, vedo un attimo cosa succede”. Guardò il cellulare e poi con sguardo allibito mi disse “oddio è crollato Ponte Morandi”.  Io lo guardai e dissi: “Cosa? Non è possibile”. Lo pensavo veramente. Non era possibile, era qualcosa di inimmaginabile, ma essendo davanti al mio PC mi collegai subito, cercai “ponte Morandi Genova” e subito mi venne restituita l’immagine del ponte spezzato.

A quel punto mi sforzai e provai a credere che effettivamente era vero: il ponte era davvero crollato. Naturalmente subito pensai alla mia famiglia; mia moglie Cristina doveva andare in zona Fiumara con i miei figli, una zona che, per chi non è di Genova, dista solo qualche centinaio di metri dal ponte. Così la chiamai subito dicendole di non andare assolutamente e fortunatamente riuscii a fermarla.

Da quel momento un susseguirsi di messaggi e telefonate per iniziare a capire se tutti gli amici, i parenti, i conoscenti erano salvi … e per rassicurare a mia volta che anche io e la mia famiglia stavamo bene. Sì perchè quel ponte noi genovesi lo percorrevamo spesso, alcuni più volte al giorno, io personalmente meno perchè non amo le autostrade intorno a Genova e preferisco evitarle quando posso.

Già, quando posso. Eppure proprio la sera prima e ancora due giorni prima della tragedia passai anch’io su quel maledetto ponte per l’ultima volta. Due transiti, uno ad andare verso il Piemonte e l’altro a tornare. Era la sera del 13 agosto, solo poche ore prima del crollo.
In molti, oltre a me, hanno fatto il conto: “io ci sono passato poche ore prima”, “io ci sono passato 1 ora prima”, ” io ci sono passato 10 minuti prima”.
Un macabro conteggio che ha separato il nostro destino dalle povere persone che invece hanno trovato lì la fine della loro vita.

Oggi è giornata di lutto nazionale e si sono svolti i funerali di Stato delle vittime (in realtà una parte di esse) presso la Fiera di Genova. Si sono conclusi da poco. Per quanto mi riguarda, faccio ancora fatica a pensare a quanto è successo, eppure ormai sono passati 4 giorni. Probabilmente il motivo è dato dal fatto che non riesco ancora a darmi una spiegazione valida che mi consenta di elaborare il fatto e passare oltre.

Le domande che si accavallano nella testa sono molte, le risposte poche. Mi sento così coinvolto perchè è successo a Genova? O perchè è successo qualcosa di talmente inaspettato da minare lo stesso concetto di sicurezza insito in ognuno di noi? Non so, forse entrambe le cose.

Ecco perchè mi è nata l’esigenza di scrivere, per sostituire il lutto con la speranza. L’unico modo di superare lo choc è pensare che perfino la morte di chi purtroppo non è sopravvissuto abbia un senso, nella speranza che questo tragico evento sia un monito per far sì che questo possa non accadere più ed anzi possa consentire il progresso della qualità della vita di noi genovesi e perfino degli italiani tutti.

La speranza però da sola non basta. Si deve ora tramutare in ferrea volontà di evitare che questo possa succedere ancora. Alle sterili divisioni tra chi vuol fare e chi non vuol fare, si devono sostituire progetti e realizzazioni che mettano al centro la qualità di vita dei genovesi e la loro sicurezza coniugandole con uno sviluppo economico sostenibile. Qui sta la sfida che Genova noi genovesi dobbiamo saper vincere. Nell’interesse di una comunità.

Smettere di discutere, fare.
Fare bene, non fare in fretta.
Fare in tempi rapidi, non fare in fretta.
Fare nell’interesse della comunità intera, non dei soliti furbi, perchè anche loro un giorno passeranno sopra a un ponte.

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